Uno sparo fece scoppiare la grande guerra 

Uno sparo fece scoppiare la grande guerra 

L'attentato di Sarajevo nella copertina di Achille Beltrame per La Domenica del Corriere (Wikimedia comons)

L’attentato di Sarajevo portò alla Prima guerra mondiale

Dopo gli articoli sull'attentato allo zar Alessandro II e al re d'Italia Umberto I, Fabrizio Montanari illustra oggi l'attentato all'arciduca Francesco Ferdinando che portò allo scoppio della Prima guerra mondiale.

Il panslavismo e il pangermanesimo all’inizio del XX secolo crearono i presupposti di una profonda instabilità in tutta Europa. Il 28 giugno 1914 a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo venne assassinato da terroristi serbi. Un mese dopo l’assassinio l’Austria inviò alla Serbia un durissimo e umiliante ultimatum che, caduto almeno in parte nel vuoto, provocò la guerra.


L'arciduca Francesco Ferdinando nel 1899  (Wikimedia commons)


L’ultimatum era costituito da quindici punti e chiedeva soprattutto che venisse istituita una commissione d’inchiesta congiunta austro-serba. La risposta della Serbia fu particolarmente conciliante. Solo la richiesta dell’Austria di partecipare all’inchiesta giudiziaria fu respinta e sostituita con la disponibilità di sottoporre l’indagine al Tribunale internazionale dell’Aia. La risposta fu ritenuta negativa e lo stesso giorno l’ambasciatore di Vienna lasciò Belgrado.


J.A. Coppay, "Sophie Chotek", moglie dell'arciduca (Wikimedia commons)


Immediatamente scattarono le clausole delle alleanze che legavano tra loro le principali potenze europee (Triplice alleanza: Austria, Germania, Italia; Triplice intesa: Inghilterra, Francia e Russia). Il Giappone dichiarò guerra alla Germania, mentre l’impero ottomano entrò nel conflitto a fianco degli imperi centrali.

Panorama di Trieste nel 1890 (cr. Aaron Piras Wikimedia commons)

L’Italia, contrariamente all’alleanza stipulata in precedenza e desiderosa di completare l’epopea risorgimentale con la conquista dei territori ancora sotto l’impero austro-ungarico, cambiò schieramento e, dopo un periodo di neutralità, entrò in guerra il 24 maggio 1915 a fianco dei paesi dell’Intesa. Ma come si arrivò a tanto?


Il generale Potiorek (Wikimedia commons)


L’annuncio della visita dell’Arciduca alla Bosnia venne dato con un mese d’anticipo. Tale visita fu accolta come una vera e propria provocazione dai nazionalisti serbi, che da tempo sognavano la nascita di una Grande Serbia. Nella primavera del 1914 la “Mano Nera”, venuta a conoscenza che tre studenti erano decisi a compiere un attentato contro il governatore della Bosnia austriaca, il generale Potiorek, decise di alzare il tiro e di colpire l’Arciduca durante la sua visita.


Danilo Ilic addestrò gli attentatori (Wikimedia commons)


I tre studenti, ai quali poi si aggiunsero altri congiurati, ricevettero armi e pastiglie di cianuro di potassio per uccidersi nella malaugurata eventualità che fossero stati catturati. Del loro addestramento si occupò Danilo Ilic, un rivoluzionario di antica data. Gli attentatori, con documenti falsi, pistole e granate, si appostarono lungo la strada dove sarebbe passato il corteo imperiale.


Al centro, l'attentatore Cabrinovic (Wikimedia commons)


Dopo che una bomba lanciata da un certo Cabrinovic presso il ponte Cumurja colpì la parte posteriore della macchina dell’Arciduca, provocando alcuni feriti, l’attacco sembrò destinato al fallimento. Cabrinovic, vistosi finito, inghiottì la sua pillola di cianuro e si gettò nelle acque del fiume Miljacka. Il cianuro ingerito però era probabilmente vecchio e non riuscì a svolgere la sua funzione.


Il generale von Merizzi a cavallo (Wikimedia commons) 


L’Arciduca volle fermarsi per constatare la gravità delle ferite riportate dal generale von Merizzi. Accertatosi che l’alto ufficiale non correva pericolo di morte, riprese il tragitto verso il municipio cittadino, dove pronunciò un breve discorso di protesta per quanto accaduto: “Signor borgomastro, si arriva in visita a Sarajevo e ti lanciano contro una bomba! È una cosa indegna!”.


La partenza in auto della coppia reale (Wikimedia commons)


Dopo il saluto imbarazzato del borgomastro, riprese la parola: “È con particolare piacere che accetto l’assicurazione della vostra incrollabile fedeltà e del vostro attaccamento a Sua Maestà nostro imperatore e re e vi ringrazio, signor borgomastro, con gioia per le entusiastiche ovazioni che la popolazione ci ha riservato. Inoltre, vedo in ciò una dimostrazione di gioia per il fallimento dell’attentato…”. Nel viaggio di ritorno però la macchina di Francesco Ferdinando e della moglie Sofia si avvicinò al ponte Latino dove si trovavano appostati tre attentatori: fu allora che Gavrilo Princip, un giovane studente di una scuola commerciale di Grahovo in Bosnia, sparò da distanza ravvicinata con la sua Browning calibro 7,65, colpendo a morte l’Arciduca e la moglie Sofia.

Il concitato arresto di Gavrilo Princip (Wikimedia commons)

Princip venne immediatamente arrestato con la pistola ancora in mano. Mentre la polizia svolgeva il suo compito, i reali austriaci vennero portati in tutta fretta nel palazzo del Konak, dove fecero appena in tempo a ricevere i sacramenti. Il 29 giugno le salme furono trasportate via mare a Trieste, da dove un treno speciale le portò a Vienna tra ali di folla piangenti.

Palazzo Konak in una cartolina dell'epoca (Wikimedia commons)

Le indagini accertarono che il giovane attentatore era legato all’organizzazione “Narodna Obrana”, uno dei gruppi nazionalisti che si battevano per l’unità panserba, che si consideravano continuatori della “Mano Nera”, sciolta nel 1903 e ricostituitasi nel 1911 con la denominazione di “Unità o Morte”. L’indignazione per l’accaduto e i timori di una cospirazione serba ad ampio raggio ispirarono violente manifestazioni antiserbe a Vienna, a Brno e a Budapest.

Sarajevo, il processo agli attentatori (Wikimedia commons) 

Con l’arresto del ventiquattrenne Ilic, che aveva addestrato gli attentatori e che venne impiccato, si risalì agli altri membri del complotto. Dei venticinque arrestati, nove vennero prosciolti perché innocenti, mentre gli esecutori materiali dell’attentato Princip, Cabrinovic e Grabez sfuggirono alla pena capitale a causa della loro giovane età; vennero condannati a vent’anni di carcere e rinchiusi nella prigione di Theresienstadt, dove morirono tutti di tubercolosi dopo pochi anni.


Il maresciallo Tito (Wikimedia commons)


Nel 1953, nella Jugoslavia di Tito, la revisione del processo emise una sentenza postuma di non colpevolezza. L’arciduca, nato a Graz nel 1863, figlio maggiore dell’arciduca Carlo Luigi, fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe e della sua seconda moglie Maria Annunziata, figlia di Ferdinando II re delle Due Sicilie, divenne erede al trono all’età di 26 anni in seguito alla morte del cugino, il principe ereditario Rodolfo. Quando il testo dell’ultimatum consegnato dall’ambasciatore austriaco al governo serbo venne conosciuto nelle cancellerie degli Stati europei, il commento fu quasi unanime: “La guerra sta per cominciare”.


L'imperatore Francesco Giuseppe (cr. K. Koller Wikimedia commons)


L’imperatore Francesco Giuseppe, che fra l’altro mai l’aveva amato e che non rimase certo traumatizzato dalla sua fine, fu uno dei pochi a non essere convinto della ineluttabilità della guerra. Per diversi giorni si dichiarò convinto che il contenzioso in atto tra i due stati potesse essere risolto per via pacifica. Poi anche lui, sempre più pressato dai suoi collaboratori e in particolare dal kaiser Guglielmo II, accettò di firmare la dichiarazione di guerra e con essa, come aveva lucidamente intuito, a determinare la fine dell’impero austro-ungarico. Il risultato fu: nove milioni di uomini uccisi e cinque milioni di civili morti. Senza contare due tragedie considerate collaterali quali il genocidio degli armeni nel 1915 e la fuga dei serbi dalla loro terra. Le umilianti condizioni di pace imposte dai vincitori all’Austria-Ungheria e alla Germania, crearono poi le premesse politiche ed economiche della Seconda guerra mondiale.

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