La fantascienza del dopo apocalisse

La fantascienza del dopo apocalisse

Lavoratori nella cittā sotterranea sul set di Metropolis di Fritz Lang (cr. Horst von Harbou Wikimedia commons)

Nel ‘900 la fioritura dei romanzi distopici

Se i secoli dal Rinascimento all'Ottocento, come abbiamo già ricordato in un precedente articolo (Utopia, l'isola cercata da secoli), hanno visto un gran fiorire di utopie, possiamo con altrettanta certezza dire che dal secolo scorso ai giorni nostri letteratura e cinema si sono esercitati sempre di più nell'esatto contrario, cioè la distopia. Il termine stesso, inventato da John Stuart Mill nel 1868, designa volutamente il contrario dell'utopia: un luogo brutto e malvagio, quindi un'utopia negativa. Questa si configura decisamente come una caratteristica propria della modernità. Già nel 1888 H.G. Wells, nel suo La macchina del tempo, descrive un lontanissimo futuro dove l'umanità è degenerata in due popolazioni: i docili, delicati e imbelli Eloi e i mostruosi e operosi Morlock, che se ne cibano. Da lì ha inizio la fortunata storia della fantascienza postapocalittica.


H.G. Wells, foto modificata (cr. Birkenkrahe Wikimedia commons)


Robert Hugh Benson (Il padrone del mondo, 1907) e Jack London (Il tallone di ferro, 1908) dipingono scenari fantapolitici di imperialismi, lotta di classe e persecuzioni religiose. Qualche anno dopo Sinclair Lewis (Qui non è possibile, 1935) descriverà un'America caduta in mano al fascismo, inaugurando un filone a cavallo tra distopia e storia alternativa che arriverà fino a Philip K. Dick, il quale immagina un presente dove la Germania nazista e il Giappone hanno vinto la Seconda guerra mondiale (L'uomo nell'alto castello, conosciuto in Italia anche con il titolo La svastica sul sole, 1962). Ancora più recentemente gli stessi temi sono al centro di un romanzo di Philip Roth (Il complotto contro l'America, 2004). In ambito britannico una storia simile è narrata nel fumetto di Alan Moore V per Vendetta (1982), da cui è tratto l’omonimo film del 2005. Margaret Atwood invece racconta di un regime teocratico-patriarcale teso unicamente alla riproduzione attraverso l’assoluta sottomissione della donna (Il racconto dell’ancella, 1985).


La scrittrice canadese Margaret Atwood (cr. Collision Conf Wikimedia commons)


Nel frattempo già nel 1920 Karel Čapek, introduce nel suo R.U.R. i robot, che non erano costruzioni meccaniche, ma veri e propri androidi, destinati a distruggere l’umanità. Nel 1921 Evgenij Zamjatin scrive Noi, dove tratteggia una società in cui gli individui non hanno nomi, ma solo numeri e devono essere ligi a un onnipotente Benefattore, e per di più tutto è costruito in vetro, in modo che nulla sfugga alla sua osservazione. Le caratteristiche di una società distopica ormai ci sono già tutte: totalitarismo, obbedienza, massificazione. Aldous Huxley (Il mondo nuovo, 1932) introduce anche un rigido sistema di caste, l‘abolizione della famiglia e una felicità obbligatoria indotta da una droga.


Aldous Huxley, murale a Varsavia (cr. Cybularny Wikimedia commons)


Ora si può ben capire come il capolavoro del genere, 1984 di George Orwell (uscito nel 1948), non sia sorto dal nulla o unicamente dalla sua posizione duramente critica dello stalinismo. Il potere ha l’ambizione di controllare finanche la lingua e il pensiero, la procreazione avviene solo artificialmente e la figura del Grande Fratello (traduzione letterale di Big Brother, che in realtà significa “fratello maggiore”) è divenuta un'immagine iconica anche nel linguaggio comune. Ray Bradbury, con il suo celebre Fahrenheit 451 (1953), attraverso il rogo dei libri di hitleriana memoria, porta all'estremo il concetto di distruzione del passato (esperimento poi compiuto sistematicamente dai khmer rossi in Cambogia tra il 1975 e il 1979).

Fritz Lang all'aeroporto di Amsterdam nel 1969 (cr. Lang Joost/Anefo Wikimedia commons)

Cinema e televisione si sono gettati letteralmente a capofitto in questo genere di letteratura, ma anche di fumetti e videogiochi. Fritz Lang ne segna l’inizio in modo memorabile (Metropolis,1927), vero e proprio kolossal che ha plasmato per decenni l'immaginario visivo degli autori successivi. Spesso la società distopica del futuro è il prodotto di un'apocalisse, solitamente una guerra devastante tra uomini, come Il pianeta delle scimmie (1968), Rollerball (1975), il ciclo di Mad Max (1979), quello di Hunger Games (2012) o molte serie tv come Fallout o Silo; oppure un conflitto tra uomini e intelligenza artificiale come il ciclo di Terminator (1984) e quello di Matrix (1999).


Un cinema di Londra in cui veniva proiettato Blade Runner, 2015 (cr. Philafrenzy Wikimedia commons) 


A volte il tutto è scatenato da un’invasione aliena come in Captive State (2019) o nella serie tv "Visitors" (1983) e la recentissima, e splendida, Pluribus (2025). In altri casi si tratta di epidemie: L'esercito delle 12 scimmie (1995), I figli degli uomini (2006), la serie tv The last of us. Una glaciazione provocata dal cambio climatico è invece alla base di Snowpiercer (2013). Talvolta lo stato totalitario è sostituito dal dominio di grandi aziende hi-tech come in Blade Runner (1982) o Minority Report (2002), o da quello dei media di intrattenimento come in The Truman Show (1998).


Manchester, arte di strada dedicata ad Anthony Burgess (cr. Matt Harropp Wikimedia commons)


Ma gli esempi più disturbanti sono quelli che descrivono una società distopica ma “normale” nella sua violenza strutturale, psicologica prima ancora che fisica. Capostipite indiscusso del genere rimane sicuramente Arancia meccanica (1971) che Stanley Kubrick ha tratto dal romanzo di Anthony Burgess, con il suo mix di violenza gratuita, coercizione e sottomissione (e la presenza costante della musica di Beethoven e di Rossini). In anni recenti lo spaesamento totale dello spettatore è raggiunto da Yorgos Lanthimos con il suo The lobster (2015), un mondo dove il matrimonio è obbligatorio altrimenti si viene trasformati in un animale di propria scelta. La serie tv Scissione (2022) presenta forse uno degli esiti più alti di questo filone.


Lo scrittore William Golding (cr. Dutch national archives Wikimedia commons)


Teniamo per ultima l'opera più inquietante e attuale, il romanzo di William Golding Il Signore delle Mosche (1954). Un gruppo di ragazzini britannici, educati e religiosi, dopo un naufragio si ritrova su un’isola splendida e sperduta, dove tenta di sopravvivere, degenerando presto in una violenza tribale. Una riflessione scioccante ed amarissima sul labile confine tra civiltà e barbarie, una terrificante parodia del primitivo stato di natura evocato da Rousseau.


Hubert Robert, "L'isola dei pioppi con la prima sepoltura di Rousseau", 1802 (Wikimedia commons)


L’autore scriveva poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale e il suo pessimismo deriva non poco dal timore dell'olocausto nucleare, ma senza ricorrere ad alieni, epidemie o catastrofi esterne ci parla ancora oggi di come la libertà da sola non basta a garantire pace e giustizia.

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