Cibi industriali, la trappola del piacere
Un hamburger, tipico alimento ultraprocessato (cr. Gatilao Wikimedia commons)
La dipendenza da alimenti e il loro consumo automatico
Continua la pubblicazione degli articoli del dottor Tiziano Ferretti sui pericoli dell'alimentazione non controllata. Dopo La fabbrica della carne e Animali macchine da carne oggi si parla di cibi industriali.
Prima del boom economico degli anni 50-60, frutta, verdure, mais, zucchero di canna, cereali, carne, salumi, formaggi, prodotti da forno e farine si acquistavano presso produttori e rivenditori locali: agricoltori, macellai, fornai, fruttivendoli, molitori. Oggi le catene dei supermercati (Grande Distribuzione Organizzata), dei ristoranti con i cibi industriali e spuntini pronti, le aree ristorazione di centri commerciali, stazioni e aeroporti, si sono infilati nelle nostre frenetiche quotidianità prendendo spesso il sopravvento.
Un banco allestito con frutta e verdura freschi (cr. K.H. Hochhaus Wikimedia commons)
Molti alimenti originari e tradizionali sono stati riprogettati a tavolino, nei laboratori di chimica, mediante combinazioni variabili di zuccheri e grassi processati e sale, affinché fossero più appetibili e soprattutto più rapidamente assorbiti dall’intestino e raggiungessero più velocemente il cervello attraverso neurotrasmettitori alternativi ai messaggi ormonali più fisiologici. L’industria ha sfruttato i progressi della chimica alimentare e, attraverso sofisticate tecniche di marketing neurosensoriale, ha sfruttato una forza di attrazione alla quale è quasi impossibile resistere con la volontà e la razionalità. È sufficiente, a volte, la semplice vista dell’alimento per attivarne il desiderio, indipendentemente dalla sazietà.

Una donna sceglie cibo in scatola a Pechino (Wikimedia commons)
Possiamo dire che le industrie alimentari riescono a soddisfare sempre meglio, dal loro punto di vista, i parametri consolidati della scienza delle dipendenze. Noi tendiamo, con un atto quasi fideistico, a considerare buono e familiare tutto ciò che viene propagandato dai marchi dei prodotti, attraverso le reti televisive e internet, promettendo genuinità “come una volta”, bontà, salute e serenità. Grandi multinazionali pubblicizzano se stesse, a volte, come se fossero piccoli artigiani o commercianti. È come se lo stabilimento Ilva di Taranto volesse apparire come l’antica bottega di un fabbro ferraio.
Slot machine su un traghetto in nord Europa (cr. A. Blum Wikimedia commons)
L’appetito è regolato da ormoni e neurotrasmettitori, mentre il desiderio intenso di cibi ultraprocessati scavalca i delicati equilibri ormonali, poiché dipende dal Circuito cerebrale della ricompensa o sistema dopaminergico/oppioide interno, che funziona a prescindere dal ragionamento e dal fisiologico equilibrio appetito/sazietà. È lo stesso circuito che si attiva in risposta all’uso di alcol, tabacco, droghe, al gioco d’azzardo, ai social, al porno.
Patatine fritte, altro cibo molto processato (Wikimedia commons)
Il meccanismo che può rendere irresistibile un certo alimento è da ricercarsi nelle primissime esperienze gustative, a partire dal latte materno e, forse, già dalla placenta.
Nel momento in cui mangiamo qualcosa di molto appetibile si genera uno stimolo piacevole estemporaneo, durante il quale l’attenzione viene monopolizzata da quella percezione e la consapevolezza che riguarda i fatti della nostra vita e la realtà circostante viene come, sia pure temporaneamente, “rapita”.
Festa e cibo di strada nel Martedì grasso di New Orleans (cr. Infrogmation of new Orleans Wikimedia commons)
Inevitabilmente si cercherà di ripetere quell’esperienza sensoriale appagante, si creerà una sorta di familiarità, di consuetudine, di progressivo bisogno autoindotto che arriva a superare la forza della volontà decisionale, fino a creare l’automatismo di certi comportamenti alimentari, persino quelli della rinuncia ostinata come nel caso dell’anoressia nervosa.

Corsia di cibi ultraprocessati in un supermarket americano (cr. atchee Wikimedia commons)
Le azioni che producono piacere hanno, in natura umana, una particolare tendenza a rimanere impresse nel cervello, nella memoria sensoriale, favorendo la ripetizione di quell’azione anche se, a volte, può diventare dannosa (obesità, diabete, tumori).
Si tratta di un riflesso atavico insito nell’evoluzione dell’uomo, legato alla prosecuzione della specie: la ricerca del cibo, che è necessità imprescindibile ma anche piacere, e la sessualità, che pure è anche piacere, ma necessaria alla riproduzione. Ogni comportamento automatico è efficiente dal punto di vista energetico, perché comporta un risparmio di attenzione, di forze e di tempo. Ma diventa, almeno in parte, inconsapevole perché si sposta al di sotto della coscienza operativa, entrando nell’area dell’inconscio.
Il cambio manuale di un'auto (cr. autopommeau Wikimedia commons)
Anche l’apprendimento si avvale di automatismi: ad esempio nella guida esperta di un’automobile compiamo molti gesti automatici che liberano la nostra attenzione dalle manovre manuali a favore degli altri stimoli: l’attenzione verso gli altri veicoli circolanti, i segnali stradali, i semafori, i pedoni. Del resto, il 90% dei nostri contenuti psichici, convinzioni, comportamenti, atteggiamenti, percezioni, è memorizzato nell’inconscio.
In molti casi, la soglia per raggiungere lo stesso livello di piacere e benessere legato al cibo gratificante, con il tempo, s’innalza (fenomeno della tolleranza), per cui se ne ricerca sempre di più. È a questo punto che scatta la perdita di controllo.

Caramelle prodotte in medio oriente (cr. E. Azzali Wikimedia commons)
Chi prova un intenso desiderio di alcuni cibi non riesce a tranquillizzarsi fino a quando non li raggiunge e apre il pacchetto di biscotti o di patatine o addenta una cioccolata oppure beve una bibita dolce e gassata. Solo quel certo cibo può tranquillizzarlo, ma non saziarlo. Quella impellente forza del desiderio ripete, nella mente del soggetto: “Ancora! Ancora!”. È la coazione a ripetere, termine di uso comune in psicologia.
Sono proprio gli alimenti ultraprocessati dall’industria ad avere queste caratteristiche che possono favorire l’obesità, il diabete, certi tumori. Per questi motivi e per la presenza di un eccesso di calorie da zuccheri e grassi e di sostanze chimiche aggiunte sia pure legalmente entro certi limiti, i nutrizionisti hanno coniato il termine di “cibo spazzatura”.
Leggi anche La fabbrica della carne
Leggi anche Animali macchine da carne
Riproduzione riservata