Un tetto per i cugini alluvionati di Firenze    

Un tetto per i cugini alluvionati di Firenze    

Giacomo Scillia al centro, a Villa Seta, con il padre, il fratello e i cugini toscani (foto per gentile concessione di Giacomo Scillia)

Una storia di solidarietà famigliare dopo l’alluvione

Quando ripenso all’alluvione di Firenze, mi viene in mente una scatoletta di cibo. Era arrivata da Firenze insieme ai nostri parenti, in mezzo alle poche cose che erano riusciti a portare con sé. Ero bambino. Sono passati sessant’anni e sulla latta vedo ancora quel fango maledetto, melmoso, che non si staccava mai.

Strade allagate durante l'alluvione di Firenze (4 novembre 1966) con automobili e scooter sommersi dal fango. Autore: Sconosciuto / Detentore del copyright che ha rilasciato l'opera Licenza: Pubblico Dominio (CC0 / PD)

Il 4 novembre 1966, quando l’Arno uscì dagli argini, noi eravamo a Villa Seta* e una parte della nostra famiglia era a Firenze. Anche noi eravamo migranti. In una famiglia sparsa fra città diverse si impara presto che la distanza pesa di più quando arriva una cattiva notizia. Mio padre partì per raggiungerli e dare una mano. Quando tornò, li portò a casa nostra. Per qualche mese vivemmo tutti sotto lo stesso tetto. Si diceva “sfollati”. Mi fa impressione ancora oggi pensare a quanto poco ci vuole per ritrovarsi dentro quella parola. Una mattina sei a casa tua. Poco dopo cerchi qualcosa da portare via e un posto dove andare.

Fra tutte quelle cose, perché mi sono rimaste in mente proprio le scatolette? Forse perché a quell’età conoscevo il fango della pioggia, quello che si porta in casa sotto le scarpe. Vederlo incrostato sulla latta di una conserva mi faceva un altro effetto. Mi figuravo l’Arno dentro le case, fin dove si tenevano le provviste. Per me l’alluvione cominciò da lì, da un oggetto che avrebbe potuto stare anche in casa nostra.



Il giovane Giacomo Iraci, qui nel 1966 soldato di leva a Firenze, rinunciò alla licenza per aiutare gli alluvionati (foto per gentile concessione di Giacomo Scillia)


A Firenze c’era anche mio cugino. Faceva il pastore. Allora era soldato, di stanza in città. Avrebbe potuto andare in licenza e rivedere i suoi. Rinunciò e rimase ad aiutare gli alluvionati. Quando ripenso a quel novembre, li rivedo insieme, lui e mio padre. Per dare una mano, uno si mise in viaggio e l’altro scelse di restare dov’era.

Quando si ricorda un’alluvione, si pensa al giorno in cui l’acqua è salita. A me vengono in mente anche i mesi dopo. Il fiume torna nel suo letto e c’è ancora chi aspetta di poter tornare nel proprio. Da bambino mi sembrava naturale che i parenti venuti da Firenze restassero con noi tutto il tempo che serviva. Avevano bisogno di una casa e noi una casa l’avevamo. Solo più tardi ho capito quanta solidarietà ci fosse in quei mesi. Passata la piena, ai nostri parenti restava l’attesa. E almeno quella potevamo condividerla, giorno per giorno.

Mi basta rivedere il fango su quella latta per ritrovarmi nella casa di Villa Seta, insieme a tutti loro.

*Villa Seta è una frazione del comune di Cadelbosco di Sopra, in provincia di Reggio Emilia

Leggi anche Firenze, il giorno del grande coraggio

Leggi anche La mia alluvione, inseguita dall’acqua

Riproduzione riservata